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Banda reale e banda dichiarata: Adsl

Banda reale e banda dichiarata: Adsl

In un sostanziale silenzio, il mio provider Internet ha cessato di offrire il servizio di connessione Adsl a 20 Mbit/s.

Secondo la motivazione ufficiale, “ciò è conseguenza di una nuova strategia di marketing sulle offerte di telefonia fissa a banda larga, finalizzata a migliorare l’esperienza di navigazione”.

A un profano come me, ma che da un po’ naviga a 20 Mbit/s con una “esperienza di navigazione” sicuramente migliore a quando aveva solo 8 Mbit/s, la motivazione sembra alquanto discutibile.

Significa che il provider sta facendo un investimento superiore per offrire banda garantita alle linee Adsl da 8 Mbit/s?

È conseguenza della contrazione del mercato o, ancora, dell’intenzione di dirottare banda verso le connessioni wireless 4G?

Andrea G.

Il mercato della connessioni Internet è in rapido cambiamento e nonostante l’Italia sia in perenne ritardo sulla cosiddetta Agenda Digitale, negli ultimi tempi anche nel nostro Paese stiamo assistendo a evoluzioni degne di nota.

Alcuni tra i principali provider, tra i primi Telecom Italia e Fastweb, hanno finalmente reso pubblica la loro offerta di connettività su fibra ottica a livello nazionale con connessioni che dovrebbero, almeno in linea teorica, raggiungere la ragguardevole velocità di 100 Mbit/s in download.

La disponibilità di questi nuovi servizi ha inevitabilmente attirato l’attenzione delle associazioni di consumatori che da anni combattono una dura battaglia per ottenere che la qualità del servizio rispecchi effettivamente la velocità nominale pubblicizzata. Come ben sa ogni utente di una linea Adsl, la banda effettivamente disponibile è assai inferiore non solo rispetto ai 20 Mbit/s delle linee Adsl2+, ma spesso anche agli 8 Mbit/s dichiarati per le linee attive nelle zone non raggiunte dalla seconda versione di questo standard.

Secondo un recente sondaggio di Sostariffe.it, in alcune province (tra cui Belluno, Verona, Campobasso e Ascoli Piceno), la velocità massima di navigazione si attesterebbe tra 3 e 4 Mbit/s, indipendentemente dal tipo di contratto.

All’altro estremo, le linee Adsl2+ più efficienti sono dislocate nelle province di Firenze, Napoli, Torino, Milano e Catania che però, nonostante il valore dichiarato di 20 Mbit/s, raggiungono solo sporadicamente una velocità di picco intorno ai 10 Mbit/s. Quanto appena esposto conferma lo studio già pubblicato qualche anno fa dall’Autorità Garante per la Concorrenza e per il Mercato, che aveva messo a disposizione il software NeMeSys per la certificazione della velocità effettiva delle linee Adsl. Purtroppo, questo risultato è la conseguenza del fatto che negli ultimi anni nel nostro Paese gli investimenti sulle reti per le telecomunicazioni sono stati marginali e spesso limitati alle apparecchiature che gestiscono il cosiddetto “ultimo miglio”, il tratto che va dalla centralina di zona all’abitazione dell’utente.

Grazie a operazioni di questo tipo è stato possibile fornire connettività Adsl2+ a una percentuale elevata di utenti, ma in buona parte del territorio nazionale non sono state allestite le dorsali per sostenere il flusso di dati necessario a distribuire banda dati effettiva alle singole installazioni.

La differenza tra Adsl a 8 Mbit/s e Adsl2+ a 20 Mbit/s è quindi dovuta solo agli schemi di “traffic shaping”, implementati più o meno da tutti i provider, che garantiscono una priorità superiore alle connessioni degli utenti che pagano un canone più elevato.

La graduale introduzione sul territorio nazionale delle nuove linee a 100 Mbit/s, siano esse basate su fibra ottica o su tecnologia Vdsl/Vdsl2, non farà altro che aumentare il divario tra velocità nominale e banda di trasferimento dati effettiva.

La scelta della maggior parte dei provider nazionali di non pubblicizzare più il valore nominale viene proprio dal rischio che questi correrebbero nel momento in cui le loro offerte fossero sottoposte ad attenta analisi da parte del Garante o delle associazioni dei consumatori.

Un discorso diverso, invece, riguarda la fornitura di connettività Internet su reti cellulari.

In questo caso, il problema deve essere suddiviso in due ambiti: il primo riguarda la disponibilità di uno spazio di frequenze adeguato al numero di utenti da servire; il secondo è il collegamento dei ponti radio alle dorsali terrestri.

La grande diffusione degli smartphone ha fatto aumentare in maniera esponenziale il numero di utenti che accedono alla Rete tramite i network cellulari.

A causa di come sono stati progettati gli standard per le reti 2G, 3G e in parte anche 4G, la loro efficienza diminuisce mano a mano che ci si avvicina al livello di saturazione delle frequenze.

Ciò è dovuto in parte ad alcune inefficienze dei protocolli e in parte all’aumento delle interferenze e delle collisioni di trasmissione tra dispositivi che fanno riferimento alla stessa base radio.

Per risolvere questo problema sono in via di adozione i nuovi standard Lte, meno sensibili ai fenomeni di congestione, ma soprattutto è stato assegnato alle reti cellulari una parte consistente del cosiddetto dividendo digitale, ovvero la banda Uhf da 61 a 69 (da 790 a 862 MHz) utilizzata in precedenza dai canali televisivi.

Esiste inoltre la prospettiva di liberare e destinare allo stesso scopo anche il blocco Uhf da 51 a 60.

Questa eventualità, caldeggiata soprattutto dai paesi del Nord Africa che dipendono quasi esclusivamente dalle reti cellulari per la connettività Internet, è ancora in fase di contrattazione tra le varie organizzazione per l’armonizzazione dell’utilizzo delle bande di frequenza. Possiamo comunque ritenere che, almeno per ora, la disponibilità di frequenze di trasmissione non sia un fattore critico, soprattutto quando i gestori inizieranno effettivamente a utilizzare la banda assegnata con l’ultima asta.

Al contrario, le interconnessioni dei ponti radio delle reti cellulari alle dorsali nazionali sono diventate inadeguate.

In precedenza la limitata banda di trasferimento dati offerta dalle connessioni Gprs ed Edge rendeva possibile servire un grande numero di utenti anche se il ponte radio era connesso alla dorsale con una velocità relativamente bassa. Con il passaggio ai nuovi standard 3G di comunicazione che, con l’aggregazione di banda, mettono a disposizione di ciascun utente fino a 42 Mbit/s, è facile immaginare come il collegamento tra ponte radio e dorsale terrestre diventi rapidamente un collo di bottiglia.

Attualmente, i gestori delle reti cellulari stanno lavorando per far fronte a questa problematica che, però, potrebbe essere di non facile soluzione se nella zona in cui è installato il ponte radio non fosse disponibile una dorsale tale da garantire una banda adeguata.

Per l’eliminazione di questo inefficienza sarà necessaria una stretta cooperazione tra i provider che gestiscono le dorsali e i gestori delle reti cellulari, oltre ovviamente a grandi investimenti economici.

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